Il blocco dello scrittore è l’incapacità di scrivere pur avendo la voglia e il tempo di farlo. Questa è la definizione, ed è ingannevole, perché fa pensare a una sola malattia con una sola cura. In pratica il «non riesco a scrivere» è il sintomo di almeno quattro problemi diversi, e i consigli del tipo «continua a scrivere e basta» funzionano su uno e peggiorano gli altri. Il primo passo, quindi, non è combattere il blocco ma fare una diagnosi: di quale blocco si tratta.
Conviene smontare subito il mito più pericoloso, quello dell’attesa dell’ispirazione. Lo psicologo Robert Boice, che ha studiato per anni le abitudini di scrittura (soprattutto dei ricercatori universitari, ma il meccanismo è lo stesso), ha confrontato chi scriveva solo sull’onda dell’ispirazione con chi scriveva in sessioni brevi e programmate. Il risultato è stato netto e, per i romantici, doloroso: chi scriveva con regolarità produceva ogni anno parecchie volte più pagine, e le idee nuove gli venivano più spesso, non meno. L’ispirazione si è rivelata una conseguenza della scrittura, non la sua condizione. Chi aspetta di averne voglia aspetta qualcosa che arriva solo dopo aver cominciato.
Quattro blocchi, quattro meccanismi
Il blocco del perfezionista. Il più comune. Non nasce dalla mancanza di idee, ma dal fatto che ogni frase scritta viene giudicata all’istante e perde il confronto con un ideale immaginario. Scrivere e revisionare sono due modi diversi di far lavorare la mente; il perfezionista prova a usarli insieme, e così cancella un paragrafo prima che esista il successivo. Lo riconosci dal sintomo: un’ora di lavoro, tre versioni della prima frase, nessun passo avanti.
Il blocco strutturale. L’autore si siede davanti a una scena e non viene niente, perché la scena non si può scrivere: non si sa cosa voglia il protagonista, oppure, più spesso, l’errore sta qualche capitolo prima. Lì un personaggio ha preso una decisione che tradisce chi è, la trama ha imboccato un vicolo cieco, e l’inconscio dello scrittore lo sa prima di lui. Questo blocco è un’informazione, non un guasto. Lo riconosci dal fatto che la resistenza riguarda un punto preciso del libro: tutto filava liscio fino al dodicesimo capitolo.
Il blocco da paura. Compare sulle soglie: il primo romanzo, la scena a cui tieni di più, il momento subito prima del finale. Scrivere avvicina il testo al giorno in cui qualcuno lo giudicherà, quindi non scrivere diventa una forma di protezione. Lo schema tipico: più il passaggio è importante, più forte è la resistenza, e la procrastinazione prende forme nobili, come una ricerca che non finisce mai, di cui abbiamo descritto la trappola nell’articolo su come documentarsi per un romanzo.
La stanchezza. La più semplice, e quella più spesso scambiata per le altre: poco sonno, troppi impegni, una scrittura fatta con gli avanzi della giornata. Nessuna tecnica di scrittura la risolve, perché il problema non è di mestiere. La riconosci dal fatto che il blocco non riguarda solo la scrittura.
Cosa funziona: un sistema invece della forza di volontà
Per il blocco del perfezionista e per quello da paura, la risposta è separare le due modalità e abbassare la posta della singola sessione. In concreto:
- Scrivi la bozza con il divieto di correggere. La prima versione ha il diritto di essere brutta; il suo unico compito è esistere. Cancellare, correggere e giudicare vanno spostati in sessioni di revisione separate. Terry Pratchett l’ha detto in una frase da tenere sopra la scrivania: la prima stesura è solo il modo in cui racconti la storia a te stesso.
- Fissa una piccola quota giornaliera e prendila sul serio. La quota deve essere raggiungibile anche in una giornata storta: da 300 a 500 parole è la soglia di partenza più comune, ed è collaudata. Una quota piccola fa due cose insieme: toglie peso alla sessione (500 parole non devono essere belle, devono essere scritte) e mette in moto la continuità, perché una storia a cui torni ogni giorno ti resta in testa tra una sessione e l’altra e continua a scriversi «da sola» in sottofondo. Una settimana di pausa cancella questo stato e rende più faticoso il ritorno.
- Fermati a metà. Un vecchio trucco dei professionisti, attribuito a Hemingway: interrompi la sessione a metà di una scena che sai come proseguire, non dopo averla chiusa. Il giorno dopo non parti da una pagina bianca, ma da una frase che si scrive da sola. Lo slancio è la cosa più preziosa nella scrittura: non sprecarlo a fine giornata.
- Programma i giorni di riposo invece di interrompere la serie per caso. Un ritmo con giorni liberi già previsti dura più di un’eroica serie quotidiana che si spezza al primo raffreddore. Conta la regolarità nell’arco della settimana, non la continuità ininterrotta nell’arco di una vita.
Sul blocco strutturale tutto questo non funziona, perché lì il problema non è la resistenza ma l’informazione. Invece di forzare la scena, torna indietro: risali al punto in cui la scrittura scorreva ancora e controlla cosa è successo da lì in poi. Il protagonista vuole ancora quello che voleva? La scena che non si lascia scrivere ha una posta in gioco? Qui aiutano le domande di struttura che trovi negli articoli sulla struttura di un romanzo e sulla premessa; a volte si scopre semplicemente che la scena che blocca è superflua e che la storia vuole saltarla. Quanto alla stanchezza, funziona solo ciò che cura la stanchezza: dormire, sospendere la quota, ridimensionare i piani. Scrivere con il serbatoio vuoto produce soltanto prove della propria inadeguatezza, che poi alimentano il blocco da paura.
La parte centrale del libro: dove il blocco abita più spesso
Statisticamente la maggior parte dei manoscritti abbandonati muore tra un terzo e due terzi del testo, e non è un caso. L’inizio è spinto dall’energia dell’idea, il finale attira come un porto, la parte centrale va attraversata con le proprie forze. È qui che si accumulano le conseguenze degli errori di struttura iniziali, qui la trama ha più libertà (cioè più modi per sfilacciarsi) e qui l’entusiasmo si scontra con la prima visione completa di quanto lavoro resta da fare.
Due cose aiutano ad attraversare la parte centrale. La prima è strutturale: il centro non può essere un’attesa del finale, deve avere eventi propri che cambiano le carte in tavola, di cui parliamo negli articoli sul ritmo narrativo e sulla struttura. La seconda è psicologica: a metà libro l’entusiasmo va sostituito da qualcosa di più duraturo, e quel qualcosa è proprio il ritmo del paragrafo precedente. L’abitudine non ti chiede se sei motivato. Nei giorni buoni scrivi oltre la quota, in quelli cattivi scrivi la quota, e il libro cresce in entrambi i casi.
C’è un terzo aiuto, nominato più di rado: un riscontro oggettivo al posto della paura. Buona parte della crisi di metà libro è incertezza («forse è tutto debole») senza un punto d’appoggio, e per questo cresce senza limiti. La paura generica è incurabile; un problema concreto si può risolvere. Per questo funziona così bene far leggere il testo a un lettore di fiducia, come abbiamo scritto nell’articolo sui beta reader. Funziona anche l’analisi: Vellam legge i capitoli finiti e mostra cosa funziona e cosa no, scena per scena. Con «ho paura che sia debole» non puoi fare niente. Con «l’ottavo capitolo non cambia nulla nella trama e il dialogo del nono ripete informazioni già date» puoi lavorare da domattina. Dai un’occhiata agli esempi di analisi per capire se un riscontro del genere aiuterebbe la parte centrale del tuo libro.
Cosa non fare
Un breve elenco di anticonsigli, perché alcune strategie diffuse rafforzano il blocco. Non aspettare l’ispirazione: stai invertendo causa ed effetto, l’ispirazione arriva mentre lavori. Non alzare la quota dopo una buona giornata: deve restare raggiungibile in una giornata storta, altrimenti il primo inciampo fa crollare tutto il sistema. Non cominciare ogni mattina rivedendo le pagine del giorno prima: è la porta da cui il perfezionismo rientra nella fase di scrittura. Non comprare un altro manuale di scrittura al posto di una sessione di scrittura: sapere come si scrive non è scrivere, così come non lo è documentarsi. E non diagnosticarti una mancanza di talento sulla base della resistenza: la resistenza fa parte del lavoro, e la provano anche autori con venti libri alle spalle. La differenza è che hanno smesso di considerarla un’informazione su se stessi.
Domande frequenti
Cos’è il blocco dello scrittore?
Il blocco dello scrittore è l’incapacità di scrivere pur avendo il tempo e la voglia di finire il testo. Non è una cosa sola: sotto lo stesso sintomo di solito ci sono il perfezionismo (giudicare le frasi mentre le scrivi), un problema di struttura nella trama, la paura del giudizio o semplice stanchezza. Ogni causa richiede una risposta diversa, ed è per questo che la diagnosi viene prima della cura.
Come si supera il blocco dello scrittore?
Prima di tutto riconoscendone il tipo. Il perfezionismo si affronta separando la stesura dalla revisione e con una piccola quota giornaliera (da 300 a 500 parole) il cui unico criterio è che il testo esista. Il blocco strutturale si affronta tornando al punto in cui la scrittura scorreva ancora e controllando se la trama ha preso una strada sbagliata. La paura si affronta abbassando la posta e con un riscontro concreto al posto dell’incertezza generica. La stanchezza si affronta solo con il riposo.
È meglio scrivere ogni giorno o aspettare l’ispirazione?
Le ricerche di Robert Boice sulle abitudini di scrittura hanno mostrato che chi scrive in sessioni brevi e regolari produce diverse volte più testo di chi scrive a ondate di ispirazione, e ha nuove idee più spesso. L’ispirazione si rivela una conseguenza del mettersi al lavoro, non la sua condizione. Il ritmo non deve essere per forza quotidiano: conta la regolarità nell’arco della settimana, con giorni di riposo programmati.
Perché mi sono bloccato a metà del romanzo?
La parte centrale è statisticamente il punto in cui si abbandonano più manoscritti: l’energia iniziale dell’idea si è esaurita, il finale non attira ancora e proprio qui emergono gli errori di struttura dei primi capitoli. Serve assicurarsi che il centro abbia eventi propri che cambiano le carte in tavola (e non si limiti a rimandare il finale), passare dalla motivazione a un ritmo di scrittura costante e ottenere un riscontro concreto sui capitoli finiti invece di un dubbio generico.
Quante parole al giorno dovrebbe scrivere un autore alle prime armi?
Meno di quanto suggerisca l’ambizione: da 300 a 500 parole è una quota raggiungibile anche in una giornata storta, ed è proprio la tenuta nei giorni storti a decidere se il sistema regge. Con cinque sessioni a settimana fanno da 8.000 a 10.000 parole al mese, cioè la prima stesura di un romanzo in 8-12 mesi. Meglio alzare la quota col tempo che partire alti e mollare dopo due settimane.