Quasi tutti i consigli su come iniziare un romanzo dicono «comincia con l’azione». È una verità che non spiega niente. L’azione alla prima frase (un inseguimento, un’esplosione, un urlo) respinge con la stessa facilità con cui attira, se il lettore non sa chi sta correndo e perché dovrebbe fare il tifo per lui. L’inizio non è una gara a chi entra in scena facendo più rumore. È un patto.
Le prime pagine promettono al lettore che andare avanti ne varrà la pena. Tutta la difficoltà sta nel fatto che questa promessa la fai prima di aver avuto il tempo di spiegare qualsiasi cosa. Non conosciamo ancora il protagonista, non conosciamo la posta in gioco, eppure dobbiamo già convincere uno sconosciuto a restare. Questo articolo parla di come fare questa promessa in modo onesto e di come non bruciarla al primo paragrafo con un errore che un editor riconosce in due frasi.
Le prime cinque pagine decidono tutto
Noah Lukeman, agente letterario, ha scritto un libro su una verità brutale vista dall’altra parte della scrivania: i manoscritti non vengono scartati all’ultimo capitolo. Vengono scartati nelle prime cinque pagine. Un editor o un agente non legge per farsi incantare. Legge per trovare un motivo per mettere giù il testo e prendere il successivo dalla pila, perché la pila è alta. Le tue prime pagine non competono per l’ammirazione. Competono per non offrire quel motivo.
Questo sposta il baricentro. L’incipit non deve essere il brano migliore del libro, deve essere il brano che non ti lascia smettere. La differenza è pratica. Il brano migliore lo puoi ammirare a distanza. Il brano che non ti lascia smettere pone una domanda e ne trattiene la risposta. Il lettore va avanti non perché è colpito, ma perché ha bisogno di sapere.
Per questo le prime pagine si scrivono e si correggono in un altro modo rispetto al resto. Ogni frase ha un solo compito: guadagnarsi la successiva. Se un paragrafo non fa avanzare la domanda e non aumenta la tensione, nell’incipit è zavorra, anche se a metà libro starebbe benissimo al suo posto. Questo grado di spietatezza vale solo all’inizio, ma all’inizio vale frase per frase.
Comincia nel mezzo, non dalla rincorsa
Il consiglio più antico sugli incipit ha duemila anni. Orazio, nell’Ars poetica, lodava il poeta che porta il lettore in medias res, nel mezzo dei fatti, invece di cominciare dall’uovo da cui era nata Elena. Entrare in una scena già in corso cattura, perché il lettore atterra in pieno movimento e deve orientarsi da solo, e questo lo coinvolge più di qualsiasi introduzione.
Il contrario è il capitolo di rincorsa: una quotidianità senza posta in gioco che si trascina prima che cominci qualcosa. Il protagonista si alza, si fa il caffè, va al lavoro, ricorda, e la storia vera aspetta educatamente in fila fino al terzo capitolo. L’autore scrive la rincorsa perché era lui ad averne bisogno per prendere velocità. È una verità del mestiere: i primi capitoli sono spesso l’impalcatura che ti ha permesso di costruire il resto. Solo che l’impalcatura si smonta, quando l’edificio sta in piedi.
Il test è semplice. Trova il primo evento dopo il quale la vita del protagonista non può più tornare come prima. Quello è il vero inizio del libro. Tutto quello che viene prima è riscaldamento, che nella maggior parte dei casi si può tagliare, distribuendo più avanti lo sfondo che serve davvero, attraverso le scene, strada facendo. Non si tratta di cominciare con un’esplosione. Si tratta di cominciare con un cambiamento. Il cambiamento non deve per forza fare rumore: una lettera, una decisione, qualcuno che entra nella stanza. Deve essere irreversibile.
Il mondo ordinario deve avere una crepa
A volte devi mostrare la quotidianità prima di spezzarla, e non è un errore. Christopher Vogler ha chiamato questo inizio «mondo ordinario»: la routine, i luoghi e le relazioni del protagonista prima che la storia vera cominci. Il mondo ordinario dà al lettore un punto di riferimento, senza il quale il cambiamento successivo non pesa niente. Il problema non è mostrare l’ordinario. Il problema è quando l’ordinario è liscio.
Un mondo ordinario senza tensione annoia, perché il lettore non sa qual è la posta in gioco. Il rimedio è una crepa: un segnale visibile di mancanza, di desiderio o di minaccia intrecciato nella prima scena. Il protagonista fa quello che fa sempre, ma una cosa non torna, dà fastidio, lascia capire che quell’equilibrio non durerà a lungo. La crepa è una promessa fatta sul piano dell’atmosfera, prima che la trama abbia avuto modo di promettere qualcosa apertamente.
In realtà l’incipit fissa la posta in gioco prima ancora che compaia il conflitto. A quel punto il lettore non si chiede «che cosa succede», si chiede «che cosa sta per rompersi». Ed è questa domanda, non un’esplosione, a tenerlo sulla pagina.
Semina un difetto che il protagonista non nomina
La seconda cosa che un buon incipit fa in silenzio è seminare un difetto. John Truby scrive che il protagonista dovrebbe portarsi dietro fin dall’inizio una debolezza o un bisogno insoddisfatto che l’autore non nomina apertamente, ma mostra attraverso una manifestazione concreta. È il difetto che il protagonista dovrà superare dentro di sé. Senza, il personaggio non ha modo di cambiare e il lettore non ha niente per cui fare il tifo.
La differenza tra seminare e dichiarare è decisiva. Dichiarare suona così: «Dalla morte del padre, Anna non riusciva più a fidarsi di nessuno». Seminare vuol dire mostrare Anna che controlla una seconda volta la serratura, anche se l’ha già controllata, senza commentare con una sola parola. Il lettore sente da solo che qualcosa non va. Quella sensazione è più forte di qualsiasi diagnosi, perché la conclusione l’ha tratta lui, non gliel’ha servita l’autore.
Un difetto seminato nelle prime pagine è un amo che il lettore non percepisce come amo. Resta perché ha cominciato a fare il tifo prima di decidere di farlo. È il tipo di tensione più duraturo: non «che cosa succederà», ma «questa persona ce la farà?».
I segnali di rifiuto, ovvero che cosa cerca l’editor
Lukeman descrive anche l’altra faccia della medaglia: i segnali per cui un manoscritto viene rifiutato prima ancora che il contenuto abbia una possibilità. Non sono errori di trama. Sono i segni di una mano ancora acerba, che l’editor coglie d’istinto alla prima pagina.
Il primo è la prosa sovraccarica. Aggettivi e avverbi ammassati, descrizioni troppo costruite, ogni frase carica di ornamenti. Un autore esperto si affida a sostantivi e verbi forti; l’esordiente aggiunge due aggettivi a ciascuno, non si sa mai. Nelle prime cinque pagine taglia la maggior parte degli aggettivi e degli avverbi. Quello che resta sarà più forte.
Il secondo è il dialogo in cui si vede la mano dell’autore. Artificiosità, melodramma o, peggio di tutto, personaggi che si dicono cose che entrambi sanno benissimo, perché il lettore possa sentirle. «Come sai, fratello, nostro padre è morto in quella guerra.» Nessuno parla così, e lo sentono tutti. Un buon dialogo porta sottotesto e conflitto, e lascia i fatti alla narrazione. Come scrivere conversazioni che non tradiscono l’autore lo spieghiamo a parte nell’articolo su come scrivere i dialoghi in un romanzo.
Il terzo è la sporcizia tecnica. La stessa parola ripetuta in frasi vicine, cacofonie, punteggiatura trascurata. L’editor lo legge come la prova che il testo non ha passato nemmeno una revisione di base da parte dell’autore, quindi perché dovrebbe passare la sua. Il rimedio è gratuito: leggi l’incipit ad alta voce. L’orecchio coglie le ripetizioni e gli inciampi che l’occhio non nota.
Che cosa non fare alla prima pagina
Ci sono alcuni incipit così consumati che un editor li riconosce a un paragrafo di distanza e mette giù il testo per riflesso. Non perché siano vietati, ma perché segnalano la mancanza di un’idea per un inizio vero.
L’incipit meteorologico: la descrizione del cielo prima che compaia qualcuno a cui quel tempo interessi. L’incipit con il sogno da cui il protagonista si sveglia, cioè diversi paragrafi di tensione annullati da un solo «si svegliò». L’incipit con la sveglia e la routine del mattino, la versione più pura della rincorsa. L’incipit con lo specchio in cui il protagonista si osserva perché l’autore possa descriverlo, anche se nessuno si guarda in quel modo. E infine il protagonista che rimugina nel vuoto, un monologo interiore senza scena, senza luogo, senza nessun altro presente.
Hanno una cosa in comune: rimandano il momento in cui qualcosa comincia. Ognuno si può salvare se porta con sé una crepa o tradisce un difetto, ma nella loro forma pigra, quella automatica, sono solo un rinvio. E alla prima pagina il rinvio è ciò che costa di più.
L’incipit fa una promessa che il libro deve mantenere
Infine, la cosa più facile da dimenticare mentre limi la prima frase all’infinito. L’incipit non è una vetrina, è un anticipo. Il tono, il ritmo e il tipo di tensione delle prime pagine dicono al lettore che genere di libro ha in mano. Se cominci con una scena intima e psicologica e il libro si rivela un thriller con i cadaveri in scena, il lettore si sentirà ingannato, anche se prese da sole le due parti sono buone.
Per questo l’inizio, in realtà, si scrive alla fine. Solo quando conosci il tutto sai quale promessa fare perché possa essere mantenuta. Molti autori scoprono che il loro vero primo capitolo è quello che hanno scritto per terzo, e che l’incipit originale era un’impalcatura che serviva solo a loro. Come la premessa stabilisce che cosa debba stare in quelle pagine lo spieghiamo nella guida su come scrivere un romanzo.
E qui torna il primo pensiero di questo articolo. L’incipit non deve impressionare, deve fare una promessa e non lasciarti smettere. Tutto il resto, in medias res, la crepa, il difetto seminato, la prosa asciutta, è solo un modo per mantenere quella promessa fin dalla prima frase.
Come verificare il tuo incipit
La cosa più difficile delle prime pagine è che l’autore non riesce più a leggerle con gli occhi di un estraneo. Conosce il protagonista, conosce la posta in gioco, conosce la crepa, quindi vede una tensione che sulla pagina ancora non c’è. Per questo la persona migliore per verificare un incipit è qualcuno che non sa niente del libro: un beta reader che ti dica in quale paragrafo ha smesso di aver voglia di andare avanti.
Uno strumento può colmare la stessa lacuna. Vellam legge il romanzo capitolo per capitolo e valuta l’incipit in base a quello che insegna il mestiere: se la prima scena entra nel mezzo dei fatti, se il mondo ordinario ha una crepa, se il protagonista porta un difetto seminato, se la prosa non è sovraccarica, se non stai cominciando con un rinvio che l’editor conosce a memoria. Indica un passaggio preciso invece di dare un consiglio generico, e distingue un’esposizione lenta e voluta da una rincorsa morta. Non sostituisce la tua decisione su dove comincia il libro. La completa là dove il tuo occhio non arriva più. Come appare su un testo reale lo vedi negli esempi di analisi.
Gli errori più comuni all’inizio di un romanzo
Il capitolo di rincorsa
Una quotidianità senza posta in gioco si trascina prima che cominci qualcosa. Il vero inizio è il primo evento dopo il quale non si torna più come prima.
Un mondo ordinario senza crepa
Una normalità liscia in cui niente dà fastidio. Il lettore non sa qual è la posta in gioco, quindi non ha motivo di restare.
Un difetto dichiarato
«Dalla morte del padre, Anna non si fidava di nessuno.» Il difetto di un personaggio si semina con una manifestazione, non con una diagnosi che il lettore ingoia passivamente.
Prosa sovraccarica
Aggettivi ammassati e descrizioni troppo costruite. Nelle prime cinque pagine, per un editor, è il segno evidente della mano di un esordiente.
Il dialogo del «come sai»
I personaggi si dicono cose che sanno già entrambi, perché il lettore le senta. Lascia i fatti alla narrazione e dai al dialogo sottotesto e conflitto.
Un incipit consumato
Il meteo, un sogno, la sveglia, lo specchio o il protagonista che rimugina nel vuoto. Tutti rimandano il momento in cui qualcosa comincia.
Domande frequenti
Qual è il modo migliore per iniziare un romanzo?
Comincia dal primo evento dopo il quale la vita del protagonista non può tornare come prima, cioè in medias res, nel mezzo di una scena già in corso. Non deve per forza essere un’esplosione o un inseguimento: basta un cambiamento irreversibile, come una lettera, una decisione o l’arrivo di qualcuno. Tutto ciò che accade prima di quell’evento di solito è una rincorsa che si può tagliare, distribuendo più avanti, strada facendo, lo sfondo che serve.
Si può iniziare un romanzo descrivendo il mondo ordinario?
Si può, se quel mondo ordinario ha una crepa. Il mondo ordinario è la routine quotidiana del protagonista, che dà al lettore un punto di riferimento ma da sola annoia. Intreccia nella prima scena un segnale visibile di mancanza, desiderio o minaccia, così che il lettore intuisca che quell’equilibrio sta per rompersi. Senza la crepa, la normalità è solo un rinvio prima dell’inizio vero.
Perché le prime cinque pagine sono così importanti?
Perché è lì che un agente letterario o un editor decide se andare avanti, e la pila di manoscritti è alta. L’incipit non compete per l’ammirazione, ma per non dare al lettore un motivo per mettere giù il testo. Ogni frase delle prime pagine ha un solo compito: guadagnarsi la successiva. Questo grado di spietatezza vale solo all’inizio, ma all’inizio vale frase per frase.
Quali incipit conviene evitare?
Evita gli incipit consumati: con il meteo, con un sogno da cui il protagonista si sveglia, con la sveglia del mattino, con uno specchio in cui il protagonista si descrive da solo e con il protagonista che rimugina nel vuoto, senza una scena. Tutti rimandano il momento in cui qualcosa comincia. Evita anche la prosa sovraccarica e il dialogo del «come sai», in cui i personaggi si dicono fatti noti a beneficio del lettore. Sono segnali di un mestiere ancora acerbo che un editor coglie subito.
Come capisco se il mio incipit funziona?
Fai leggere le prime pagine a qualcuno che non sa niente del libro, meglio ancora a un beta reader. Chiedigli in quale paragrafo ha smesso di aver voglia di andare avanti. L’autore non riesce più a leggere il proprio incipit con gli occhi di un estraneo, perché conosce una posta in gioco che sulla pagina ancora non c’è. Aiuta anche uno strumento che valuta se la scena entra nel mezzo dei fatti, se il mondo ha una crepa e se la prosa non è sovraccarica, indicando un passaggio preciso.